Il mondo sotto le ali: l’albatro

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Adesso lo dice anche la scienza. Non è più solo la testimonianza romantica dei navigatori oceanici, la prosa dei poeti a raccontarci delle gesta dell’albatro, dell’uccello marino dalla straordinaria apertura alare, capace di coprire in volo distanze immense, circumnavigare il mondo con un solo balzo, un solo lungo colpo d’ali.

Lo ha certificato un gruppo di scienziati della base britannica dell’Antartide, che voleva capire le abitudini del volatile, studiarne gli spostamenti, le bizzarrie del suo girovagare. Ne ha catturato due dozzine dal piumaggio bianco per applicargli alle zampe dei microscopici strumenti in grado di immagazzinare e trasmettere dati e… poi via, di nuovo in volo.

Uccello acquatico (appartiene ai palmipedi) della famiglia dei Procellaridi. Di grande statura (raggiunge il metro e 20 cmd’altezza), con ali lunghe e strette di color bianco e bruno. La specie principale, Diomedea exulans, raggiunge un’apertura alare di 4 metri. I marinai lo chiamano Montone del Capo per la sua corpulenza. Proprio in ragione delle sue grandi dimensioni predilige i luoghi ventilati perché le correnti d’aria gli agevolano il decollo. Può percorrere anche 800 chilometri al giorno, sfruttando le correnti d’aria e dunque spendendo poche energie. Ma vola in prevalenza basso, spesso sul pelo dell’acqua per nutrirsi dei pesci, dei calamari e dei molluschi che trova.
Il nido viene costruito dal maschio ed è costituito da frammenti di vegetali e da terriccio. L’uovo deposto dalla femmina pesa circa 500 grammi e richiede un periodo di incubazione di circa 3 mesi.

L’esperimento ha finito per sorprendere anche gli studiosi, perché davvero non si aspettavano che l’albatro potesse volare senza posa per giorni, settimane, interi mesi in totale e libero vagabondaggio intorno all’Antartide, compiendo un giro completo del mondo in quelle alte latitudini australi che rappresentano la sua casa, l’habitat naturale in cui vive. Almeno una dozzina degli uccelli presi in esame ha infatti volato ininterrottamente intorno al Polo Sud coprendo una distanza di oltre 22 mila chilometri, fermandosi solo la notte per dormire qualche ora galleggiando sui flutti, portando a termine il giro del mondo in appena 46 giorni: di gran lunga più veloce e rapido di ogni fantasia letteraria e più rapido anche di quei navigatori oceanici che sfidano gli oceani a bordo di barche a vela velocissime e che proprio nell’albatro hanno la loro solitaria compagnia in mezzo al mare. Tre di questi straordinari uccelli hanno poi addirittura “strafatto”, rivelandosi gli autentici signori dei cieli, dei vagabondi del vento capaci di compiere ben due circumnavigazioni del globo nell’arco di 18 mesi. Ecco perché la ricerca si è guadagnata le pagine della prestigiosa rivista scientifica Science, che ne ha pubblicato i risultati. I territori d’elezione dell’albatro sono l’emisfero meridionale, la regione antartica, dove vola sfiorando la Terra del Fuoco, il leggendario Capo Horn, che separa l’Oceano Pacifico dall’Atlantico; quindi ben oltre a sud del Capo di Buona Speranza, l’estrema punta meridionale dell’Africa spartiacque tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano.

Raramente si spinge a nord di queste latitudini. Nidifica soltanto per riprodursi e soltanto il tempo per farlo, scegliendo i lembi più meridionali delle terre emerse, le isole sperdute, per poi riprendere il suo peregrinare per il mondo. Per questo trovarlo “accasato” addirittura in prossimità di una città è un vero evento, un fatto raro e irripetibile. Accade in Nuova Zelanda, a pochi chilometri dalla cittadina di Dunedin, nell’isola meridionale delle due che compongono quel bellissimo paese australe agli antipodi dell’Italia. L’albatro ha scelto un piccolo promontorio a picco sul mare, la punta estrema della Otago Peninsula, la punta che chiude ad oriente la baia della città, per fermarsi e cercare una compagna con cui accoppiarsi e mettere al mondo un erede: la fase più lunga e delicata della sua esistenza. In media alleva un piccolo ogni due anni ed occorrono mesi perché il giovane esemplare sia abbastanza robusto da librarsi in volo.

A quel punto, assolto il ruolo, i genitori ripartono all’esplorazione di nuovi orizzonti. A Dunedin hanno trovato un ambiente talmente a loro congeniale – segno di un habitat non inquinato e ben protetto- che gli albatri sono oramai di casa e gli ambientalisti locali hanno realizzato un osservatorio in pianta stabile, che non disturba affatto l’attività dei pennuti che qui si riproducono e coccolano i loro piccoli. Da dietro la grande finestra vetrata dell’osservatorio, a debita distanza, i visitatori spiano incuriositi la covata di mamma albatro e i primi passi del giovane futuro esploratore dei cieli. E sperano ansiosi di veder volare l’esemplare maschio di ritorno da una battuta di pesca. I calamari sono la ghiottoneria preferita e per portarne uno al piccolo albatro il genitore è capace anche di volare lontano per centinaia e centinaia di chilometri e tornare quando i calamari sono oramai ridotti ad una gelatina informe. All’osservatorio di Dunedin li vedi volteggiare elegantemente all’alba, quando di rientro da una puntata in mare aperto virano letteralmente intorno al faro della baia e poi planano sulle pendici della collina base. Un gioco da ragazzi con quella enorme apertura alare che può addirittura raggiungere i 4 metri: un’impennata d’ali e piomba giù, accovacciato nemmeno fosse un pollo. Poi guardi bene, aguzzi gli occhi dietro al binocolo e ti accorgi che cova il suo piccolo, che gli ha già consegnato del buon cibo e che si prepara a proteggerlo con le sue lunghe ali. Tra incubazione dell’uovo e allevamento ci vogliono circa 11 mesi per svezzare un esemplare e in alcune specie persino 2 anni. E’ un volatile rigidamente fedele (è la femmina a scegliere il compagno), con una vita di coppia assolutamente monogama, scandita dagli interminabili riti del fidanzamento e della riproduzione che ne fanno due inseparabili, almeno dal punto di vista dell’accoppiamento, perché poi sono capaci di vagabondare per mesi e mesi e per migliaia di chilometri ognuno per sé, sia pure senza cedere ad altre lusinghe. Quando è il momento di accoppiarsi di nuovo attendono pazienti di ritrovare il loro compagno/a ideale da qualche parte sugli oceani e con lui/lei tornare a terra per metter nuovamente su famiglia. «Si sapeva che l’albatro è capace di coprire grandi distanze, di dormire sull’acqua di notte e di trascorrere molte settimane in mare, senza mai toccare terra», spiega Richard Philips, uno degli specialisti britannici che hanno realizzato lo studio sui volatili pubblicato su Science, «ma non avevamo idea che potessero spingersi così lontano, che alcuni fossero diciamo più sedentari ed altri invece, decisamente più numerosi: degli autentici padroni del cielo, in grado di circumnavigare la terra con estrema facilità, ed anche più volte in pochi mesi». Un vagabondo degli oceani insomma, un “principe dei nembi”, come scrive Baudelaire. O, meglio, un uccello oceanico che vive allo stato pelagico, come si dice correttamente: un grande esperto del volo che ha il cielo come orizzonte e la terra come semplice passaggio obbligato per riprodursi.

Dopotutto prima degli scienziati se n’erano accorti i bambini e prima ancora la Walt Disney che nelle avventure di Bianca e Bernie ha proprio dipinto l’albatro come un grande e comodo “Jumbo Jet” dei pennuti, sempre alla ricerca di uno spazio adatto all’atterraggio… non troppo corto. La ricerca britannica, però, non ha studiato le rotte e le abitudini degli albatri per semplice curiosità, ma per cercare di capire come fare a proteggerlo dall’estinzione, perché secondo la World Conservation Union ben 19 delle 21 specie d’albatri annoverate sono a rischio. Nella maggior parte dei casi le responsabilità stanno nelle reti dei pescatori in cui rimangono impigliati mentre cercano di rubare qualche pesce: capire le rotte dei pennuti potrebbe in teoria indirizzare altrove i grossi pescherecci oceanici. Ma le insidie risiedono anche nell’inquinamento e soprattutto nell’antropizzazione della natura, nel suo adeguarsi alle leggi dell’uomo e alle trasformazioni che questo gli impone: l’albatro fatica ad adattarsi al mutamento delle condizioni esterne e soffre per l’inquinamento e per la progressiva occupazione dei territori che ama frequentare. Almeno quelli, in definitiva, potremmo lasciarglieli.

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