America’s Cup, altro che Formula Uno!

In attesa dell’imminente varo di Luna Rossa, altri protagonisti della prossima America’s Cup hanno già messo in acqua le loro barche. Si tratta di scafi assolutamente avverinistici, un’autentica rivoluzione per la vela, che si avvicina molto al mondo della Formula Uno. Il servizio è di Enzo Cappucci.

Se l’elemento più evidente di queste nuove barche è rappresentato dai Foil, ovvero dalle ali laterali che le fanno letteralmente volare sull’acqua, ci sono altri particolari, magari meno appariscenti, che ci dicono quanto la vela, sia pure da competizione, sia cambiata e quanto si allontani dai suoi canoni, in vista di questa competizione  che dal 2021 tornerà in acqua in quel di Auckland, Nuova Zelanda, con l’augurio che possa tenerci svegli a lungo per seguire Luna Rossa, lo sfidante italiano che tanto ruolo ha avuto nello sviluppare e nel promuovere questo di tipo di barche.
Dimenticati i giganteschi catamarani, anche quelli volanti, comunque capaci di introdurre la vela alata, cioè rigida, oggi si è tornato al monoscafo, con un trionfo di carbonio.
75 piedi di lunghezza, ovvero circa 23 metri, tanto sono lunghe queste nuove barche che sulla carta sono in grado di raggiungere e forse superare i 50 nodi di velocità.
Con i Foil, infatti, le ali, una grande parte dell’imbarcazione è fuori dall’acqua.
E questo ha comportato studi aerodinamici come per la Formula Uno: a ben vedere sono stati eliminati tutti gli spigoli, sullo scafo e in coperta: non per nulla, per esempio, il principale partner della squadra americana, american magic, la cui prua ricorda proprio il muso di un aereo, è la Airbus, ovvero il consorzio aeronautico europeo.
Anche l’equipaggio sembra doversi nascondere all’interno di due profondi pozzetti, dai quali probabilmente emergeranno solo le teste.
Insomma, se l’aerodinamica ha assunto un ruolo fondamentale, l’unico angolo visibile compare sulla parte inferiore dello scafo.
E qui entriamo nel campo dell’idrodinamica: quell’angolo, infatti, dovrebbe garantire sostegno, e ancora velocità, portanza, quando la barca atterra sull’acqua.
Se non è Formula Uno questa, poco ci manca. Anzi; con siluri di 23 metri di lunghezza è pure di più.

Isola di plastica

Una nuova isola di plastica è stata individuata nell’oceano Atlantico. E’ la settima di un fenomeno creato dalle correnti e dai nostri rifiuti. Il servizio di Enzo Cappucci

La Malizia di Greta

Cinquemila e 500 miglia di oceano Atlantico, non è proprio una passeggiata l’avventura marinara in cui si è gettata Greta, la paladina del nostro clima che, partita da Plymouth, in Gran Bretagna, raggiungerà New York  a bordo di un’imbarcazione a vela, per partecipare alla Conferenza sul clima. Il servizio è di Enzo Cappucci

TartaDay, adottiamo una tartaruga marina

La mancanza di consapevolezza si traduce nei selfies da telefonino con i poveri rettili protagonisti loro malgrado, che arrancano a fatica per depositare le uova spiaggia prescelta, finendo in conclusione per rinunciare. Se il selfista medio sapesse quanto sono a rischio le tartarughe marine, magari rinuncerebbe allo scatto, perchè le care tartarughe sono nella lista rossa delle specie in pericolo e hanno rischiato e rischiano l’estinzione. per fortuna oggi ci sono i centri di recupero, come quelli di legambiente, e anche una maggiore sensibilità ambientale dei pescatori che quando le  pescano impigliate nelle reti, le consegnano ai centri di recupero, veri e propri ospedali dove vengono curate e spurgate dalla plastiche ingerite. Ogni anno ne scompaiono almeno 40 mila: soffocate dalle plastiche,  oppure ferite a morte dalle eliche delle barche o intrappolate nelle reti. Il tartaday, insomma, vuole accendere un faro sulla protezione di questi abitanti del mare, affincandosi al progetto tartalife che da 5 anni diffonde tra i pescatori attrezzi a basso impatto e sostiene i centi di recupero, riferimenti preziosi per le tartarughe, ma anche per gli uomini di buona sensibilità.

Fastnet, Edmond de Rothschild a tempo di record

608 miglia in 28 ore e due minuti questo il tempo record impiegato dal maxi trimarano Gitana- Edmund de Rotshild per portare a termine il leggendario Fastnet, la più classica delle regate oceaniche, che si corre tra le coste della Gran Bretagna e l’Irlanda. Ma per tutti gli altri non è ancora finita. Il servizio è di Enzo Cappucci

Argentario Sailing Week 2019, chiusura in bellezza

Si è conclusa a Santo Stefano la XX edizione della settimana delle vele d’epoca. Ancora una volta un successo di partecipazione e di pubblico, corso ad ammirare i fantastici velieri d’altri tempi, autentici concentrati di fascino e tradizione. In una giornata conclusiva corsa in un clima ideale per la vela -sole, vento medio e onda corta- i vincitori di giornata sono: Vintage Aurici: Viola (Fife Willam III – 1908 – Belkin Kostia); Vintage Marconi: Comet (Sparkman & Stephens -1946 -Woodward – Fisher); Classic: Corsaro II (Sparkman & Stephens – 1961 – Marina Militare); Spirit of Tradition: Toi e Moi (Dykstra Naval Architects – 2018 – Alessandro Rinaldi).

La classifica finale vede al primo posto Viola (William Fife III – 1908 – Kostia Blekin – Francia) nei Vintage Aurici; Comet (Sparkman & Stephens -1946 – Woodward-Fisher – Svizzera) nei Vintage Marconi; Ojalà (Sparkman & Stephens – 1973 – Susan Carol Holland – UK) nei Classici; Toi e Moi (Dykstra Naval Architects – 2018 – Alessandro Maria Rinaldi – Italia) negli Spirit of Tradition.

Pantelleria, un’isola pantesca!

Panteschi si definiscono gli abitanti di questa perla al cuore del Mediterraneo, talmente vicina all’Africa che all’orizzonte si distingue chiaramente il Capo Bon tunisino, un promontorio che si trova a poche decine di chilometri a nord di Tunisi.
Il suo mare è non solo profondo, ma è soprattutto pulito, al punto da essersi conquistato le “5 vele” che l’organizzazione ambientalista Legambiente e il Touring Club italiano attribuiscono a quelle località meritevoli, che si siano distinte per la qualità delle acque, ma anche per la qualità del territorio e dell’offerta turistica.
E qui Pantelleria vanta un altro primato, quello del Parco Nazionale che ingloba la quasi totalità dell’isola, con la sola esclusione dei centri abitati.
Insomma, una garanzia di legalità e di salvaguardia ambientale a protezione dell’isola e della sua identità, fatta naturalmente del celebre passito, il prezioso vino liquoroso, ricavato da vigne così speciali e da una cultura della loro coltivazione che sono valse a questa tradizione secolare il sigillo dell’Unesco, come bene dell’Umanità.
Ma anche, e questo è un altro titolo Unesco, dei muretti a secco di pietra nera pantesca, che proteggono le vigne, gli ulivi ed i capperi di questo francobollo di terra in mezzo al mare, disegnando arabeschi tortuosi in tutta la campagna.

 

Pantelleria a gonfie vele

L’isola ottiene le Cinque Vele per la qualità del suo mare

Nel cuore del Parco

Il Parco Nazionale dell’Isola di Pantelleria, tra mare e terra

 

Pantelleria, patrimonio Unesco

Forse unico posto al mondo, l’isola possiede due straordinari attestati Unesco come patrimonio immateriale dell’Umanità. Sono il sistema di coltivazione dei vigneti e i muretti a secco. Due elementi identitari di quest’isola.

 

Il sangue d’oro

Lo Zibibbo dal quale si ricava l’oro di Pantelleria, il vino Passito

Bermudes 1000 Race, Pedote sul podio

Brillante prestazione del velista toscano che col suo Prysmian Groupe, il nuovo Imoca 60, si classifica al terzo posto in questa regata in solitario, triangolo atlantico tra la Gran Bretagna, le isole Azzorre e la costa francese. Primo al traguardo il francese Sébastian Simon, a bordo di Arkéa Paprec, seguito dal connazionale  Yannik Bestaven con Maitre Coq e un ritardo di 3 ore e 15 minuti.

Un eccellente banco di prova per la prossima Vendée Globe, il giro del mondo in solitario e senza tappe, al quale cercano di qualificarsi oltre 30 velisti, la gran parte – nemmeno a dirlo- francesi.
Duemila miglia lasciandosi alle spalle il celebre scoglio irlandese del Fastnet, raramente un ambiente amico, e lanciarsi sulle Azzorre, da doppiare prima di fare rientro in costa, ma stavolta su quella francese, nella bella e affascinante Brest, capitale bretone della vela che conta.

L’ha vinta un giovanissimo di talento, Sébastien Simon, 28 anni, ultima tra le molte  vedettes di quella “cantera” di fortissimi velisti oceanici che la Francia produce in continuazione, senza sforzo apparente.
Per percorrere le 2 mila miglia (sulla carta…) del percorso Simon ha impiegato 7 giorni, 17 ore,34 minuti e zero secondi, lasciandosi alle spalle il più maturo Yannik Bestaven, 44 anni, giunto con 3 ore, 13 minuti e 20 secondi di ritardo.  
Terzo il fiorentino francesizzato, Giancarlo pedote, che dopo un passato con i Mini Transat è ora ( e finalmente per lui) approdato su di un IMOCA 60, ovvero le barche d’eccellenza, deputate a disputare la più affascinante e dura delle regate a vela, la Vendée Globe, ovvero l’Everest della vela: il giro del mondo in solitario e senza scalo che partirà il prossimo anno dalla Vandea francese.
Giancarlo, che da alcuni anni vive in Francia, proprio per realizzare il suo sogno “mondiale”, è giunto al traguardo con il suo Prysmian con un ritardo di 3 ore, 15 minuti e 45 secondi dal vincitore, ma a soli 2 minuti dal secondo classificato.
E’ un bell’esordio con l’Imoca 60, che Pedote ha curato meticolosamente e caparbiamente nella sua messa a punto e nella rigenerazione in cantiere, dopo l’acquisto usato.
Non è infatti un progetto di ultima generazione, ma sembra potersela vedere con i migliori, anche se a confronto con il menù del giro del mondo questa Bermuda 1000 Race non è neppure un antipasto.

Pedote dixit

“È stata una gara davvero pazzesca, iniziata con un’immersione per rimuovere una scotta impigliata sotto la chiglia della barca: non è stato un inizio in grande stile, che mi ha rallentato parecchio. Successivamente, mi sono occupato solo della mia e della mia velocità, poi ho pianificato la mia strategia senza pensare agli avversari. Sono riuscito a mantenere la calma, anche nei momenti difficili. Ma la mossa decisiva è stata nelle ultime 50 miglia: ero 4° sottovento rispetto al gruppo composto da Sam Davies e Yannick Bestaven e Maxime Sorel. Rimanere accodato non avrebbe portato a nulla e così ho deciso di provarci. Osservato le correnti, ho pensato che se il vento si fosse spostato a nord, avrebbe potuto uscirne una bella manovra. Mi sono buttato e alla fine ce l’ho fatta”.

“Avrei potuto quasi virare tre minuti prima, per infastidire il mio amico Yannick, ma sono felice della mia prestazione. È stato davvero un finale incredibile. Siamo arrivati tutti e quattro in meno di otto minuti! Sono davvero contento della mia gara, la prima sul circuito IMOCA. Quando debutti in una nuova classe, non sai mai come devi comportarti. È stato veramente interessante gettarmi a capofitto in questa nuova imbarcazione, scoprirla e metterci mano. Ho concluso che ero sfinito, ma sono veramente contentissimo”.

 

 

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