Reti da pesca, tavole imbandite per delfini

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Antonio Causa mostra le reti danneggiate dai delfini

Poetici per i navigatori da diporto e per i bagnanti, i delfini sono al contrario un vero problema per i pescatori, che si vedono le reti distrutte e vanificato il lavoro di giornate di mare e di sacrifici. A Porto Ercole, all’Argentario, il grido di allarme di uno di loro, Antonio Causa, che parla a nome di tutti i colleghi di piccolo cabotaggio, di quelle barche di modesta stazza, utili per una pesca non distante dalla costa: il vero bersaglio dei delfini.

I pescatori sono tra le prime sentinelle dei nostri mari.
Sono loro a fiutare l’aria che tira, ad accorgersi dei piccoli mutamenti ambientali, locali, che rappresentano generalmente il riflesso di mutamenti globali ben più ampi, che si chiamano riscaldamento, inquinamento e soffocamento del Pianeta Terra.
Sono loro, i pescatori, ad accorgersi dell’aumento o del drastico calo della temperatura delle acque, fenomeni sempre più frequenti che hanno effetti nocivi sulla pesca.
E sono loro ad annusare prima degli altri i livelli di inquinamento del mare, a trovare nelle viscere dei pesci pescati le tracce della plastica che gettiamo in mare, che sminuzzata da scogli e onde, in una catena perversa finisce poi per depositarsi anche nei nostri stomaci, per raffinati che possano essere.
Se oggi negli oceani galleggiano 165 tonnellate di plastica (dati World Economic Forum) un domani si prevede che per 3 tonnellate di pesce ve ne sarà in mare anche 1 di plastica e che senza seri provvedimenti nel 2050 la plastica supererà i pesci.
E sono soprattutto loro, i pescatori, a dirci che da tempo non si può più parlare di pesca “miracolosa” in Mediterraneo, un mare spremuto come un limone, sul quale si affacciano – e mangiano ed inquinano- milioni di individui e che proprio per questo non può avere risorse per tutti, all’infinito.
Ed è forse anche questa una delle ragioni per cui i delfini si avventano sempre più spesso sulle reti dei pescatori di piccolo cabotaggio, quelli che calano poche decine di metri di rete in acque costiere e che da questo tipo di pesca ricavano di che vivere, perché trovano la tavola già apparecchiata, senza dove fare la fatica di andarsi a cercare il pesce in mezzo al mare.
E’ un fenomeno vecchio come la pesca quello dei delfini che fanno danni, ghiotti come sono di pesce, ma che è in decisa crescita, al punto che proprio recentemente i pescatori delle Eolie,  che ogni notte hanno a che fare con decine di delfini affamati, hanno scioperato per portare il problema all’attenzione delle autorità.
I pescatori che operano tra Lipari e Salina denunciano un fatturato sceso del 70 per cento, ovvero di bottini da 25 chilogrammi di totani, scesi a malapena a 3 chilogrammi.
“E qui abbiamo lo stesso problema”, afferma Antonio Causa, pescatore di Porto Ercole, all’Argentario, uno dei mari più belli d’Italia, che da tempo soffre del fenomeno dei delfini sfascia reti.
“Se prima si trattava di incursioni limitate ai danni delle reti, ora”, afferma Antonio, “in una notte i delfini sono capaci di strappare metri e metri di reti, mettendo a rischio l’economia delle famiglie”.
E anche qui, non si tratta di essere contro i delfini, ma di sostenere il volano di un’attività che produce benessere ed economia e che è una parte fondamentale dei consumi del Paese, tanto più a livello locale.
Insomma, se il delfino è certamente l’incontro più atteso per chi va in mare per diporto, quasi una magia della navigazione, ben altra cosa è invece per chi in mare ci lavora e dal mare trae il suo sostegno. Per questo abbiamo dato spazio alla testimonianza di un pescatore, come Antonio Causa.

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