Soldini, stavolta è un Tridente vero

Presentato oggi a Montecarlo il nuovo trimarano del navigatore italiano, è il Maserati Multi70, un concentrato di tecnologia e velocità

E’ stato presentato oggi allo Yacht Club di Monaco, alla presenza di Bernard d’Alessandri Segretario Generale dello Yacht Club de Monaco, John Elkann Presidente di Fiat Chrysler Automobiles, Pierre Casiraghi e Giovanni Soldini la stagione sportiva 2016 di Maserati Multi70.
Il progetto di Maserati e Giovanni Soldini continua con un nuovo multiscafo, un avveniristico e moderno trimarano con cui il velista milanese e il suo equipaggio si pongono due obiettivi: andare a caccia di sfide sportive e utilizzare la barca come laboratorio in cui  sperimentare nuove soluzioni tecnologiche.
Al fianco di Giovanni Soldini in questa nuova stagione ci sono Maserati, che rinnova il suo ruolo di main sponsor per il quinto anno consecutivo, e UnipolSai Assicurazioni che conferma la presenza in qualità di sponsor con un ruolo di maggior rilievo nel progetto rispetto alla passata stagione. Rinnovano il loro supporto come fornitori ufficiali della sfida: Ermenegildo Zegna per l’abbigliamento e Boero Bartolomeo S.p.A. che fornisce smalti e vernici per lo scafo.
Dopo un triennio intenso e carico di miglia nautiche e di soddisfazioni con il monoscafo Maserati VOR70, quest’anno Soldini e il suo team saranno a bordo di Maserati Multi70: un trimarano all’avanguardia, molto performante e in grado raggiungere elevate velocità. Lungo 21.2 metri, largo 16.8 metri e con un albero alto 29 metri, Maserati Multi70 può sollevarsi sull’acqua appoggiandosi esclusivamente sui foil e sui timoni, riducendo notevolmente la superficie bagnata a beneficio delle performance. Il trimarano è progettato dallo studio VPLP (Van Peteghem Lauriot-Prévost) e ottimizzato da Team Gitana in collaborazione con Guillaume Verdier.
“Stiamo iniziando a scoprire le potenzialità di Maserati Multi70. Il trasferimento da Lorient è stato un primo assaggio: un’esperienza positiva e illuminante”, commenta Giovanni Soldini. “Il carattere innovativo di questa barca sta tutto nelle appendici. Team Gitana ha trasformato la parte destra con un foil a L e l’ha fatta volare ma sempre in acque protette.
Noi stiamo cercando di capire se e come sia possibile volare anche con mare formato. Ovviamente questo comporta un grande lavoro di ricerca e di sviluppo che abbiamo appena iniziato e che ha già iniziato a entusiasmarci”.
 
La stagione 2016 prevede tre appuntamenti: il tentativo di record Monaco-Porto Cervo, la Rolex Middle Sea Race e la RORC Transatlantic Race. Tutte le competizioni in programma per il 2016 saranno  un momento di confronto e di sviluppo tecnologico per questo tipo d’imbarcazione.
Nel mese di settembre Maserati Multi70 sarà in stand-by a Montecarlo aspettando la finestra meteo ideale per tentare di stabilire il nuovo tempo di riferimento per i multi sulla tratta Monaco-Porto Cervo, un percorso di 195 miglia nautiche. Attualmente il record è detenuto dal monoscafo Esimit Europa 2 che nel 2012 ha coperto la distanza in 10 ore 13 minuti e 42 secondi con una media di 19 nodi.
Il secondo appuntamento della stagione è anche il più importante: la Rolex Middle Sea Race, una delle grandi classiche delle regate d’altura. Nata nel 1968 e arrivata all’edizione numero 37, vanta tra i partecipanti tutti i grandi nomi della vela internazionale. Il percorso di 608 miglia prevede partenza e arrivo a Malta dopo la circumnavigazione in senso antiorario della Sicilia, lasciando a sinistra le isole Eolie, le isole Egadi, Pantelleria e Lampedusa. Attualmente il record della regata appartiene a Rambler (USA) che nel 2007 coprì la distanza di 608 miglia in 47 ore 55 minuti e 3 secondi.
Il 26 novembre prenderà il via da Lanzarote (Canarie) la RORC Transatlantic Race, terzo e ultimo appuntamento del 2016 che per Maserati Multi70 costituirà anche l’esordio in oceano. Dopo circa 3000 miglia, l’arrivo è previsto a Grenada (Caraibi).

Pantelleria diventa Parco Nazionale. E’ il primo in Sicilia

Avrà le stesse opportunità di tutela di altri parchi dove è praticata la viticoltura eroica 

“Una scelta di civiltà e di rispetto dell’identità di Pantelleria; una risposta che afferma la sovranità dello Stato ed il valore supremo della natura, del paesaggio e dell`agricoltura dell`isola.” Così Antonio Rallo dell`azienda Donnafugata, ha commentato l`istituzione del Parco Nazionale. Dopo i drammatici roghi di questo mese, l`iter per l`istituzione del Parco voluto dall`Amministrazione Comunale e da un consistente movimento d`opinione, ha trovato il via libera della Regione Siciliana e infine quello del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell`Ambiente Gian Luca Galletti. Pantelleria diventa così Parco Nazionale, con le stesse opportunità di tutela di altri parchi dove è praticata la viticoltura eroica come quello delle Cinque Terre, in Liguria. “Finalmente la Sicilia – aggiunge José Rallo di Donnafugata – con il suo immenso patrimonio naturalistico, ha il suo primo Parco Nazionale e per Pantelleria è una svolta”. Insomma, “grazie all`istituzione del Parco, sarà più facile proteggere e rigenerare il patrimonio boschivo, recuperare ed incentivare la viticultura con la pratica agricola dell`alberello pantesco oggi patrimonio Unesco; e a giovarsene, sarà anche il turismo in generale.”

Praiano, un museo a cielo aperto

Il progetto della Onlus Agenda Praiano

Praiano è un paese della Costiera Amalfitana che, per valorizzare il proprio territorio e la propria identità ha puntato sulla cultura, creando tra i suoi vicoli e le mille scalinate un museo diffuso. Il servizio di Enzo Cappucci.

#SavePantelleria

In fumo il territorio e le speranze dei panteschi. Criminali incendiari sono all’opera sull’isola dello Zibibbo, l’oro biondo coltivato in vitigni millenari. Colare nuovo cemento è il loro obiettivo. Il grido di aiuto al Governo Renzi

“Ricostruiamo la bellezza di Pantelleria. Il Governo intervenga subito”. E’ questo il messaggio con cui, mentre l’isola continua a bruciare per l’incendio che da quattro giorni devasta il territorio, l’associazione Agora’ che raccoglie i ‘giovani accomunati dall’amore per Pantelleria’ ha lanciato una petizione on line #SavePantelleria per la raccolta di firme da inviare al premier Renzi e ai ministri Martina e Galletti.
Da giorni ormai “la nostra isola sta bruciando e con lei vanno in fumo i nostri sogni, le nostre speranze. In questo incendio tutti abbiamo perso qualcosa – scrivono nella petizione – Tutto quello che ci teneva legati a questo piccolo scoglio nel mare sta andando in fumo”.
“Non e’ questa la Pantelleria che abbiamo amato. Non e’ questa la Pantelleria dove siamo nati e cresciuti. Non abbiamo di certo scelto noi di vivere cosi’ – aggiungono – Sappiamo che delle fiamme non possono e non devono abbatterci, sappiamo che adesso tocca a noi, sappiamo che adesso e’ tempo di ricostruire”.
“Da giovani di questa splendida e martoriata isola non possiamo permettere di darla vinta a quattro criminali, che in queste ore hanno messo Pantelleria e la nostra comunita’ in ginocchio. Il nostro futuro, il futuro della nostra isola non puo’ dipendere da questi criminali, nemici della bellezza e dello Stato”.
Negli ultimi anni, prosegue la petizione “Pantelleria aveva riacquistato agli occhi del mondo un suo posizionamento. Nel Novembre del 2014 avevamo ottenuto il prestigioso riconoscimento Unesco per la pratica agricola della vite ad Alberello. Una tecnica agricola che si tramanda da piu’ di due mila anni. L’economia di quest’isola si basa principalmente sul turismo. Arrivare a Pantelleria per un turista non e’ mai stato
semplice, tra trasporti non troppo efficienti e prezzi elevati. Ma avevamo la bellezza della nostra isola dalla nostra parte, che nonostante tutto ci garantiva un appeal straordinario”.
“Oggi chiediamo una pronta e immediata risposta da parte dello Stato. Vi chiediamo un aiuto per ricostruire e ripristinare la bellezza della nostra isola che in questi giorni
in parte e’ stata violata e compromessa”

Australia, a rischio la sopravvivenza della grande barriera corallina

L’entità del danno, avvenuto in massima parte negli ultimi due mesi, ha gravi implicazioni per le altre creature che dipendono dai banchi corallini per cibo e riparo

Egitto, barriera corallina nelle acque del Mar Rosso (La Presse)

La Grande barriera corallina australiana è “sbiancata” per il 35%, secondo gli studi del gruppo di ricercatori della James Cook University. E si tratta purtroppo della situazione più grave mai registrata finora sulla Great Barrier Reef, sito classificato Patrimonio mondiale dell’Umanità, che si estende per 2.300 chilometri su di una superficie di circa 344.400 chilometri quadrati al largo della costa del Queensland, nell’Australia nord-orientale. Il processo cosiddetto di “sbiancamento” avviene quando l’aumento della temperatura delle acque del mare, conseguenza dei cambiamenti climatici, causano la perdita del colore del corallo e indeboliscono l’alga che gli fornisce ossigeno e nutrienti. “Abbiamo riscontrato che in media il 35% dei coralli, delle 84 barriere che abbiamo monitorato nelle sezioni stettentrionali e centrali delle Grande Barriera corallina tra Townsville e Papua New Guinea, sono morti o stanno morendo”, ha spiegato il professor Terry Hughes, responsabile dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies, che con il suo gruppo ha sorvolato per migliaia di chilometri la barriera, un tesoro di biodiversità unico al mondo. “Quest’anno è la terza volta in 18 anni che la Great Barrier Reef registra un fenomeno di massa di sbiancamento dovuto al riscaldamento globale e il fenomeno che abbiamo registrato stavolta è di gran lunga il più estremo. Dobbiamo ridurre in modo drastico le emissioni di gas effetto serra”.

Sardegna: il giudice: “L’Isola di Budelli è pubblica e resta all’ente Parco della Maddalena”

L'isola di Budelli resta ufficialmente e definitivamente nel patrimonio pubblico dell'ente Parco di La Maddalena. Lo ha stabilito il giudice delle esecuzioni immobiliari di Tempio Pausania, Alessandro di Giacomo, approvando il piano di ripartizione delle somme ai creditori e chiudendo così la procedura dell'asta giudiziaria che gravava su questo angolo di paradiso, famoso per la sua spiaggia rosa.

Nulla da fare, quindi, per le ambizioni del magnate neozelandese Michael Harte, che aveva acquistato Budelli per circa 3 milioni di euro all'asta e che si era detto pronto a realizzare un progetto ecosostenibile. La decisione del giudice, se da una parte mette la parola fine sulla proprietà dell'isola, rischia ora di riaccendere lo scontro all'interno dell'ente Parco su come gestire e con quali risorse il patrimonio di Budelli.

Il passo indietro del magnate
Harte, 49 anni, Ceo della Barclays Bank, aveva annunciato a febbraio la sua intenzione di rinunciare all'acquisto dell'isola in una lettera indirizzata al sindaco di La Maddalena, Luca Montella.

Dopo una battaglia legale seguita all'acquisto all'asta del paradiso rosa – oggetto di vincoli strettissimi che di fatto impediscono ogni progetto di costruzione – a dicembre Harte si era preso un periodo di riflessione prima di perfezionare l'atto di compravendita, legato appunto alla possibilità di realizzare o meno i progetti che aveva pensato per salvaguardare la tutela dell'isolotto disabitato. Poi in assenza delle condizioni necessarie o sufficienti per realizzare il piano di conservazione e ricerca ambientale da lui auspicato, aveva deciso di rinunciare.

L’ente nel 2014 aveva versato 3 milioni di euro per esercitare il diritto di prelazione, cui era seguito un decreto di assegnazione, giudicato però illegittimo dal Consiglio di Stato. In seguito alla rinuncia del magnate neozelandese, il decreto di assegnazione dell’isola rosa all’Ente Parco era rimasto in piedi, fino alla sentenza di oggi, che dovrebbe essere l’ultima.

Il WWF e i bambini di Mosso
 "Accogliamo con favore la decisione del giudice del Tribunale delle esecuzioni immobiliari di Tempio Pausania che ha assegnato definitivamente l'Isola di Budelli all'Ente Parco dell'Arcipelago della Maddalena e quindi allo Stato – commenta la Presidente del WWF Italia, Donatella Bianchi -. Finalmente si conclude una tormentata vicenda amministrativa e giudiziaria sulle sorti della proprietà dell'isola. Ora e' tempo di governare al meglio questo bene e con esso l'intero arcipelago. Il WWF insieme ai ragazzi della Scuola Media di Mosso sono già impegnati nell'elaborazione del progetto dell''isola dei ragazzi' che coniuga la rigorosa conservazione dell'area con una fruizione controllata e sostenibile".

Terra! E mare

Si celebra oggi la giornata della Terra, una ricorrenza che ha il sigillo delle Nazioni Unite e che dovrebbe ricordare al mondo che il Pianeta Terra è unico e che pertanto va protetto e conservato nel migliore dei modi possibili. Il servizio è di Enzo Cappucci

Mare Nostrum, le trivelle della discordia

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Il 17 aprile gli italiani sono chiamati a votare il referendum sulle estrazioni di gas e di idrocarburi nei mari prospicienti la Penisola.
Votando “Sì” si impedisce che i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa, che nel mare Adriatico sono decine, vadano sino a esaurimento, per fermarsi alla scadenza delle concessioni: 30 anni, rinnovabili fino a complessivi 50.
Votando “No”, al contrario, si lasciano le cose come stanno, con i pozzi sfruttabili fino al loro esaurimento.
Thalassa non poteva rimanere indifferente di fronte a una questione che la tocca così da vicino.
Speriamo di farvi cosa utile con questo speciale che pur senza prendere posizione cerca di illustrare le ragioni del… mare, naturalmente.

Di Enzo Cappucci
Sarà un caso, la vera divinità del mondo sosteneva Goethe, ma il referendum sulle trivellazioni nel mare nostro cade proprio nell’anniversario dai 6 anni di uno dei maggiori disastri ambientali mai avvenuti sul Pianeta, quello che il 20 aprile del 2010 devastò il Golfo del Messico, inondato da un mare di petrolio, a causa – ebbene sì- dell’esplosione di una piattaforma petrolifera della British Petroleum.
In 106 interminabili giorni – tanto ci volle per tappare la falla in profondità- si riversarono in mare 500 mila tonnellate di petrolio.
Le conseguenze di quel disastro si scontano ancora oggi e le si sconteranno per secoli, perché il fondo del Golfo è sostanzialmente asfaltato, con buona pace di tutti.
Un disastro simile nel piccolo e fragile Mediterraneo, temono gli ambientalisti, significherebbe dare un colpo di grazia forse definitivo ad un mare già assai sfruttato, vittima degli inquinamenti industriali, di quelli agricoli e di un’attività produttiva senza precedenti, come turismo, navigazione, posa di cavi marini, trasporti marittimi, attività portuali, estrazione di sabbia e per ultimo ma non ultimo di pesca intensa.
Si calcola che la pesca tradizionale è oramai in caduta libera, impoverita perché sfruttata al 90 per cento delle sue risorse e che per questo l’acquacoltura da qui al 2030 crescerà del 112 per cento.
Per quanto riguarda il turismo, i 300 milioni di persone che oggi si bagnano nel mare nostro diventeranno 500 entro 15 anni, mentre entro 10 anni verranno cementati ulteriori 5 mila chilometri di coste.
Questo scenario, disegnato dal WWF, tiene poi conto dei rischi sismici che gravano sull’intero bacino mediterraneo, nel Tirreno in particolare, a fronte di una produzione petrolifera stimata nell’1 per cento del fabbisogno nazionale e di riserve petrolifere stimate complessivamente in 9 miliardi e 400 mila tonnellate equivalenti di petrolio, ovvero nel 4,6 per cento delle riserve planetarie, con una produzione estrattiva che nel 2011 è stata di 87 milioni di tonnellate, concentrata soprattutto in Spagna e in Italia.
Insomma, sulle spalle di questo minuscolo mare chiuso, appena l’1 per cento dei mari del pianeta, pesano appetiti forti; degli stati, ma anche delle singole industrie, impegnate in una corsa al petrolio che ricorda molto quella all’oro nel Far West, ovvero ognuno per sé, senza una politica comune, come stabilirebbe un invece documento della Commissione europea, adottato già nel 2007, e come indica una direttiva europea del 2014, secondo cui il Mare Nostrum deve essere oggetto di un piano di crescita sostenibile, quindi in coerenza con gli impegni sul clima della Conferenza di Parigi, assunti anche dall’Italia.
Insomma, in teoria si dovrebbe investire nelle energie rinnovabili, non inquinanti e non, al contrario, su quelle fossili.

 

Tu trivelli e pure io
Comunque vada il referendum non può cambiare la situazione di un Mediterraneo divenuto sostanzialmente il far West, in cui ognuno trivella secondo norme proprie, senza alcun criterio comunitario, vale a dire come “membri” dello stesso mare.

La cartina del Mediterraneo, pubblicata qui sotto, è stata elaborata dall’associazione ambientalista WWF, sulla base di una ricerca a cui hanno partecipato 8 dei maggiori paesi affacciati sul Mediterraneo, ci dà un quadro dettagliato dei progetti estrattivi nel Mare Nostrum, un bacino chiuso, che rappresenta appena l’1 per cento dei mari del Pianeta. A ben vedere, con l’esclusione del Tirreno, la Penisola è sostanzialmente circondata da trivelle in attività, quelle al nord dell’Adriatico, e da quelle in corso di sviluppo, in verde in varia gradazione, che interessano l’Adriatico meridionale, lo Ionio e quindi il Canale di Sicilia.

Il referendum o, meglio, ciò che rimane di una richiesta che era inizialmente più ampia e che mirava a spuntare il decreto “Sblocca Italia”, che assegnava allo Stato la competenza sulle autorizzazioni, norma poi modificata a favore delle Regioni, evitando così il referendum, non ha valore retroattivo: non interviene quindi sulle concessioni già garantite, ma solo su quelle a venire, ed è in sostanza contro la durata indefinita delle trivellazioni, rendendole impossibili- in caso di vittoria del sì-  entro le 12 miglia dalla costa. In Italia ci sono oggi circa 135 piattaforme offshore, ma la gran parte si trova oltre le 12 miglia dalla costa, quindi non interessate dal referendum, che invece riguarda da vicino 21 titoli, circa 39 impianti, che si trovano in Veneto, in Emilia-Romagna, nelle Marche, in Calabria, in Basilicata e in Sicilia.
Le prime concessioni che scadranno sono quelle degli impianti più vecchi, realizzati negli anni ’70.
La norma prevede che le concessioni abbiano una durata iniziale di 30 anni, prorogabile una prima volta per altri 10, una seconda volta per 5 e una terza volta per altri 5: al termine della concessione, le aziende possono chiedere di prorogare la concessione fino l’esaurimento del giacimento. Se al referendum dovessero vincere i “Sì”, gli impianti delle 21 concessioni di cui si parla dovranno chiudere tra 5-10 anni. Gli ultimi impianti, invece, cioè quelli che hanno ottenuto le concessioni più recenti, dovrebbero chiudere tra circa 20 anni. E’  indicativo che ai prezzi odierni del greggio, trivellare non è conveniente e la dimostrazione è il recente abbandono del progetto da parte della compagnia che avrebbe voluto sfruttare le acque al largo del Gargano, vicino alle isole Tremiti, paradiso nostrano. Oggi sarebbe economicamente conveniente trivellare con un prezzo del greggio tra i 50 ed i 60 dollari al barile. Diversamente l’affare sarebbe solo un bidone. Resta da dire che pure fatte salve le coste del Bel Paese, le trivellazioni riguardano oramai il Mediterraneo intero, paesi nordafricani per primi e che, quindi, al di là del referendum italiano, il problema va inserito in un quadro di regole complessive, perché come la storia ci ha insegnato e come dovrebbe insegnarci la sua cultura millenaria, il nostro è un mare che unisce le sue diverse sponde, prima ancora di separarle.

 

Alle Tremiti non si trivella
Scampato pericolo per il piccolo arcipelago pugliese, dove avrebbero voluto avviare le ricerche di petrolio e gas proprio nelle acque di casa. La compagnia rinuncia. Thalassa é andata e vedere di persona. Guarda il video:

 

Torre Guaceto. La moltiplicazione dei pesci, in nome del pane
L’organizzazione ambientalista Greenpeace, contraria alle trivellazione nei nostri mari, ha offerto il proprio appoggio ai pescatori di una delle Riserve marine più efficienti e organizzate d’Italia, quella di Torre Guaceto, in Puglia, alle porte di Brindisi.
Dopo anni di sospettosa diffidenza i pescatori hanno preso atto che una pesca sostenibile è più fruttuosa di uno sfruttamento sistematico del mare. Guarda il video:

 

AirGun, ti sparo l’aria compressa!
Non sono solo le trivelle al centro delle contestazioni, ma è l’intero processo di ricerca dei giacimenti ad inquietare gli ambientalisti, perché portato avanti attraverso l’uso di uno strumento particolare, detto AirGun (letteralmente pistola ad aria), capace di sparare nelle viscere della terra un getto d’aria talmente forte da creare onde d’urto notevolissime, avvertibili nel raggio di chilometri.
I recenti e ripetuti spiaggiamenti di capidogli lungo le spiagge adriatiche sembra siano dovuti proprio a questa tecnica. Guarda il video:

 

Brindisi, tra mare e cultura

Sul lungomare di Brindisi si affaccia uno dei più bei Palazzi della città, il Palazzo Belvedere, che ospita la magnifica collezione archeologica Faldetta, una donazione privata che ha trovato spazio in un edificio comunale.
Il servizio è di Enzo Cappucci